E’ la mattina del terzo giorno e finalmente il sole ci degna del suo sorriso. L’allegra combriccola con cui viaggio, nel complesso discretamente in sovrappeso e perennemente alle prese con diete, diabete e problemi cardiovascolari vari, non sazia dell’abbondante colazione, quando salgo sul pullman si fa trovare con le fauci piene e la mandibola in movimento. Il suono che esce ad un accenno di saluto è più o meno un: “Ciaoouumpfhh).
Mangiano brioches. Sarebbero stati il sogno di Marie Antoinette.
Sono le 8.30 e già si sono fiondati alla pasticceria all’angolo della stazione ad acquistare i croissant che, a detta della guida, sono mitici. Ma oltre che mitici, sono burro e carboidrati aggiunti non solo al menù dell’albergo ma ai biscotti che sono stati acquistati il giorno precedente di fianco al ristorante di Chambord e che di tanto in tanto Sergia ha distribuito fra i sedili , e anche ai cioccolatini che Fabio ha dispensato più volte, offrendoceli dalla confezione che ha comperato appena sceso a Chartres. Bontà loro, la sera, dopo cena, si fanno una tisana di finocchio perché “sgonfia”.
Nell’attesa della coppia ritardataria che aveva frainteso il luogo dell’appuntamento e che qualcuno dovrà andare a recuperare, Tiziana, terminato il croissant, estrae dalla borsa il foglietto con la lista dei ristoranti e ci informa sul menù di mezzogiorno, commentando le portate: da buoni italiani non ci smentiamo e come al solito facciamo del cibo il motivo fondamentale di un viaggio.
Forti questi compagni d’avventura, così gaudenti nonostante gli acciacchi.
Non tutti, va detto: Marina, longilinea e bella donna, rifiuta la colazione perché “soffre le curve”, sta ben seduta composta dietro l’autista e si fa delle flebo di coca cola come antiemetico. Già più sopra le righe suo marito, Pietro, che ogni tanto ci lascia basiti e non capisci se ci è o ci fa quando commenta le donne che incrociamo.
Nino, l’organizzatore della gita, esclusi i momenti in cui si sente vice della guida, si eclissa fra i sedili posteriori e dorme a bocca aperta per il resto del tempo. Ci pensa sua moglie Tiziana a tenerci svegli: è lei l’anima del salotto del rabelotto, immediatamente alla mia sinistra.
Dovete sapere che rabelòt, nel mio dialetto, significa confusione, casino. E’ quindi così che fin dal primo giorno ho battezzato l’insieme di un tavolino e quattro donne accomodate su altrettanti sedili che si guardano, gesticolano e non tacciono un momento.
Sono:
Maria, ottantaquattrenne fenomenale che andrebbe studiata tanto è piena di energia, ma che tutto sommato è la più tranquilla del quartetto. Lei dà il meglio di sé quando si tratta di camminare. Sul pullman più che altro ascolta e sorride.
La già citata Sergia che è l’anima pura e animalista che invece dei monumenti fotografa asini e gatti e davanti alla muta di cani da caccia di Cheverny vorrebbe chiamare la protezione animali perché vengono nutriti con carne di pollo cruda. Non riusciamo a capire se è più in pena per i cani o per i polli. Avrà un momento clou che rimarrà negli annali quando si metterà a cantare a squarciagola una canzone alla Cristina d’Avena davanti al castello della Bella addormentata nel Bosco. Cominciamo a capire perché suo marito l’ha accompagnata in aeroporto e nel salutarci ha detto che lui avrebbe preso l’aereo per Bogotà.
L’altrettanto nominata Tiziana, un po’ maschiaccia, che è un portento di simpatia che mai si placa. Sconvolge la suddetta Sergia, e un poco anche me – va detto – quando racconta come da piccola si divertisse a fare m’ama non m’ama sfogliando gambe di ragno invece che margherite.
Infine c’è Marinella, che inizia la giornata seduta accanto al suo Walter, poi lui si sposta qualche sedile indietro e gioca col telefonino come se il mondo intorno non esistesse, allora lei arriva e comincia a ridere raccontando aneddoti sulla loro coppia: una sorta di casa Vianello. E’ davvero una che vede la vie en rose, e infatti oltre alla fotocamera rosa, ha anche la camera da letto completamente fuxia. A me pare terribile ma lei sostiene che è bellissima.
Ivana e la coppia di suoi amici sono i più taciturni, e parlano solo se interpellati; e poi c’è Dina, poetica, romantica, sognatrice, che non perde occasione per declamare versi. Avrebbe voluto farlo anche la sera precedente, quando abbiamo avuto ospiti a cena alcuni “amici” francesi, ma qualcuno deve averle tarpato le ali, così, salendo verso il castello di Blois, a metà mattinata, mi commuove con poche parole: “ Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso” mi dice con voce sognante.
Lì per lì non capisco il perché di quei versi, detti così, nel mezzo di una camminata in salita. Forse anche lei ha notato il troppo pane fra le fauci dei gitanti, o forse un Neruda passionale e innamorato le rammenta la notte precedente quando è uscita sola soletta per una passeggiata col tenero Adelio, ovvero il suo consorte che non molla mai un minuto? Mah!
So però che non dimenticherò quelle parole e torneranno martellanti a ricordarmi che non di solo pane vive l’uomo. Men che meno le donne. Meditate gente, meditate…























































