Fra poesia e compagni di merende

E’ la mattina del terzo giorno e finalmente il sole ci degna del suo sorriso. L’allegra combriccola con cui viaggio, nel complesso discretamente in sovrappeso e perennemente alle prese con diete, diabete e problemi cardiovascolari vari, non sazia dell’abbondante colazione, quando salgo sul pullman si fa trovare con le fauci piene e la mandibola in movimento. Il suono che esce ad un accenno di saluto è più o meno un: “Ciaoouumpfhh).
Mangiano brioches. Sarebbero stati il sogno di Marie Antoinette.
Sono le 8.30 e già si sono fiondati alla pasticceria all’angolo della stazione ad acquistare i croissant che, a detta della guida, sono mitici. Ma oltre che mitici, sono burro e carboidrati aggiunti non solo al menù dell’albergo ma ai biscotti che sono stati acquistati il giorno precedente di fianco al ristorante di Chambord e che di tanto in tanto Sergia ha distribuito fra i sedili , e anche ai cioccolatini che Fabio ha dispensato più volte, offrendoceli dalla confezione che ha comperato appena sceso a Chartres. Bontà loro, la sera, dopo cena, si fanno una tisana di finocchio perché “sgonfia”.
Nell’attesa della coppia ritardataria che aveva frainteso il luogo dell’appuntamento e che qualcuno dovrà andare a recuperare, Tiziana, terminato il croissant, estrae dalla borsa il foglietto con la lista dei ristoranti e ci informa sul menù di mezzogiorno, commentando le portate: da buoni italiani non ci smentiamo e come al solito facciamo del cibo il motivo fondamentale di un viaggio.

Forti questi compagni d’avventura, così gaudenti nonostante gli acciacchi.
Non tutti, va detto: Marina, longilinea e bella donna, rifiuta la colazione perché “soffre le curve”, sta ben seduta composta dietro l’autista e si fa delle flebo di coca cola come antiemetico. Già più sopra le righe suo marito, Pietro, che ogni tanto ci lascia basiti e non capisci se ci è o ci fa quando commenta le donne che incrociamo.
Nino, l’organizzatore della gita, esclusi i momenti in cui si sente vice della guida, si eclissa fra i sedili posteriori e dorme a bocca aperta per il resto del tempo. Ci pensa sua moglie Tiziana a tenerci svegli: è lei l’anima del salotto del rabelotto, immediatamente alla mia sinistra.
Dovete sapere che rabelòt, nel mio dialetto, significa confusione, casino. E’ quindi così che fin dal primo giorno ho battezzato l’insieme di un tavolino e quattro donne accomodate su altrettanti sedili che si guardano, gesticolano e non tacciono un momento.
Sono:
Maria, ottantaquattrenne fenomenale che andrebbe studiata tanto è piena di energia, ma che tutto sommato è la più tranquilla del quartetto. Lei dà il meglio di sé quando si tratta di camminare. Sul pullman più che altro ascolta e sorride.
La già citata Sergia che è l’anima pura e animalista che invece dei monumenti fotografa asini e gatti e davanti alla muta di cani da caccia di Cheverny vorrebbe chiamare la protezione animali perché vengono nutriti con carne di pollo cruda. Non riusciamo a capire se è più in pena per i cani o per i polli. Avrà un momento clou che rimarrà negli annali quando si metterà a cantare a squarciagola una canzone alla Cristina d’Avena davanti al castello della Bella addormentata nel Bosco. Cominciamo a capire perché suo marito l’ha accompagnata in aeroporto e nel salutarci ha detto che lui avrebbe preso l’aereo per Bogotà.
L’altrettanto nominata Tiziana, un po’ maschiaccia, che è un portento di simpatia che mai si placa. Sconvolge la suddetta Sergia, e un poco anche me – va detto – quando racconta come da piccola si divertisse a fare m’ama non m’ama sfogliando gambe di ragno invece che margherite.
Infine c’è Marinella, che inizia la giornata seduta accanto al suo Walter, poi lui si sposta qualche sedile indietro e gioca col telefonino come se il mondo intorno non esistesse, allora lei arriva e comincia a ridere raccontando aneddoti sulla loro coppia: una sorta di casa Vianello.  E’ davvero una che vede la vie en rose, e infatti oltre alla fotocamera rosa, ha anche la camera da letto completamente fuxia. A me pare terribile ma lei sostiene che è bellissima.

Ivana e la coppia di suoi amici sono i più taciturni, e parlano solo se interpellati; e poi c’è Dina, poetica, romantica, sognatrice, che non perde occasione per declamare versi. Avrebbe voluto farlo anche la sera precedente, quando abbiamo avuto ospiti a cena alcuni “amici” francesi, ma qualcuno deve averle tarpato le ali, così, salendo verso il castello di Blois, a metà mattinata, mi commuove con poche parole: “ Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso” mi dice con voce sognante.
Lì per lì non capisco il perché di quei versi, detti così, nel mezzo di una camminata in salita. Forse anche lei ha notato il troppo pane fra le fauci dei gitanti, o forse un Neruda passionale e innamorato le rammenta la notte precedente quando è uscita sola soletta per una passeggiata col tenero Adelio, ovvero il suo consorte che non molla mai un minuto? Mah!

So però che non dimenticherò quelle parole e torneranno martellanti a ricordarmi che non di solo pane vive l’uomo. Men che meno le donne. Meditate gente, meditate…

 

 

TAGS

Il castello di Cheverny

 

Avete presente un pranzo di nozze? Magari all’aperto, con un enorme tavolo ricoperto da una tovaglia immacolata, e sopra una enorme torta nuziale?
Quelle di pan di spagna, con tutta la panna intorno, i ghirigori fatti col sac à poche, le palline argentate, i medaglioni di pasta di mandorle, magari delle roselline bianche a creare piccoli angoli fioriti e, giusto per dare un tocco di colore, foglioline verdi di marzapane.
Ecco, quando arriviamo al castello di Cheverny, a poco più di mezz’ora di strada a sud di Chambord, e lo vedo apparire in tutta la sua grazia sul prato ben rasato, ho proprio l’impressione di stare davanti ad una splendida e invitante torta. Mancano solo i due sposi abbracciati sulla porta d’ingresso.
Siamo nel pieno della foresta, ma ai margini di un paesino di poche case: due strade in croce, una chiesetta e vasi fioriti ovunque: sui marciapiedi, ai balconi, sui davanzali delle piccole finestre ingentilite da una tendina di pizzo.
L’insieme è idilliaco e non mi fa pensare a Re e Regine uniti per doveri di Stato, men che meno ad armi e cavalieri in procinto di partire per eroiche conquiste, ma ad una coppia innamorata. Semplicemente a questo.
Scoprirò presto che questo castello è infatti una residenza privata, appartenuta da sempre alla stessa famiglia, anche se con due brevi interruzioni, e tuttora abitata nell’ala destra dall’ultimo marchese, da sua moglie e dai loro tre splendidi figli. E scoprirò a casa, dopo aver consultato una guida, che proprio per amore è sorto questo gioiello che farebbe e fa da cornice anche oggi a ricevimenti nuziali nell’attigua orangerie da poco restaurata, e che durante la seconda guerra mondiale ha dato ospitalità a molte opere di musei parigini, compresa la celebre Gioconda, per sottrarla agli scempi del conflitto.

Fu una delle prime residenze ad essere aperte al pubblico, ancora nel 1922 e da allora non ha chiuso un solo giorno, se si eccettuano poche ore nel 1963 in occasione della visita della Regina Madre d’Inghilterra, per i funerali del vecchio Marchese nel 1976 e il 26 novembre 1994 quando si sposò l’attuale proprietario.

La grazia di questo luogo non è solo esteriore, ma continua ed è ancora più accentuata all’interno, non tanto nelle stanze storiche, cariche dei loro anni, dei preziosi arazzi, dei ritratti degli antenati, di armature, armi, cassapanche e altro ancora, quanto piuttosto in quegli ambienti che ora sono visitabili ma fino circa un decennio fa erano abitati.
Tappezzerie floreali abbinate alle tende e ai tessuti d’arredamento, mobili e porte laccati con tenui colori fra i quali predomina il verde pisello e che mi ricordano le tenere ambientazioni del celebre Ladurée parigino, piccole composizioni floreali sparse qua e là con l’aggiunta di un tocco pasquale, che a volte è un piccolo nido, un uccellino, o uova color pastello. Il tutto mi fa pensare alla mano gentile di una donna che cura tuttora ogni particolare della sua abitazione. E quale donna non vorrebbe abitare qui?

Quale donna non avrebbe voluto indossare questo abito il giorno delle sue nozze?


Far nascere qui suo figlio e qui presentarlo alla famiglia…


Farlo crescere e giocare in questa stanza…


Imboccarlo delle sue prime pappe seduta a questo tavolo…


Insegnargli la musica e a muovere le dita sui tasti di questo pianoforte?

Non so a voi, ma a questa sposa sarebbe piaciuto tanto, tanto, tanto.

Auguri a tutte le donne che sono diventate mamme

TAGS

Il castello di Chambord

Je ne suis pas à Paris, je suis à Chambord, digito sul cellulare rispondendo a un sms che mi chiede com’è Parigi. E’ poco meno di tutto quello che so dire in francese, ma, tesori, se si va in Francia un po’ bisogna pur tirarsela, no? Giusto per uniformarsi agli autoctoni.

La mia amica Veronica mi aveva avvisata di stare accuorta, che se chiedi un bicchier d’acqua e non gli pronunci bene la eau con la bocca a culo di gallina, può anche succedere che capiscano oeuf e ti portino un bel tuorlo servi au verre.  Ma per ora è andata bene, le petit-dejéuner è stato magnifico, e io, forte del mio ciotolone di yogurt, muesli e frutta fresca, con rinforzino extra di baguette e marmellata, e ovviamente un croissant ( perché come fai ad andare in Francia e non mangiare il croissant?), sono radiosa come il sole, anche se piove che Dio la manda.

E’ la mattina del secondo giorno e, dopo poco più di un’ora di viaggio in direzione di Orléans, arriviamo a quello che è il secondo castello più grande di Francia dopo Versailles.
426 stanze, 282 camini ( anche se è famoso per averne uno per ogni giorno dell’anno), 77 scale, e il tutto per una residenza di caccia. Ullallà!

Aveva solo 25 anni, Francesco I, quando decise di iniziare i lavori, ma l’era già grand in dul cò, come si dice dalle mie parti, ovvero grande nella testa ( son poliglotta, ne’? E sfido un parigino a capirmi). Di ritorno dall’Italia, con negli occhi le innovazioni del Rinascimento, aveva voluto che gli architetti associassero alla classica costruzione medioevale a pianta quadrata con quattro grandi torri,  le  nuove forme del ’500 italiano, con un risultato davvero meirvelleux. Croce greca all’interno, come la Basilica di San Pietro che il Bramante stava costruendo a Roma, e poi via di torrette, comignoli e torrioni.
Su un terreno torboso e paludoso furono scavate fondamenta di 5 metri con un sistema di palafitte che ricorda quelle usate a Venezia. Avrebbe addirittura voluto deviare il corso della Loira per farla passare sotto il suo castello; non fu ovviamente possibile ma ottenne comunque almeno un fossato, alimentato dal fiume Cosson, che ancora oggi circonda le alte mura. Il tutto per soggiornarvi solo 72 giorni in un regno durato 32 anni, ché mica era la residenza abituale. No! Era il casino di caccia, e non visse a sufficienza per vederlo ultimato. Furono il figlio Enrico II e molto più tardi il Luigi XIV, ovvero il Re Sole, a terminare i lavori, dando al castello la forma attuale.
Per costruirlo furono usati molti materiali, ma due predominano: il tufo e l’ardesia. Anche se ampiamente utilizzati nella Valle della Loira, è qui che vennero lavorati con maggior maestrìa, creando piacevoli contrasti chiari e scuri che rendono leggera e gradevole anche una costruzione tanto imponente.

Siamo entrati da poco quando la guida ci divide come scolaretti, in maschi e femmine, per salire la scenografica scala centrale che parrebbe opera di Leonardo da Vinci, anche se non è certo. Sicuramente non ne ha seguito i lavori, considerato che la costruzione del castello è iniziata quattro mesi dopo la sua morte, ma probabilmente aveva partecipato al progetto o lo aveva ispirato, visto che da qualche tempo resideva ad Amboise, non molto lontano da qui.
Incito le mie compagne d’avventura a una partenza sprint nel tentativo di arrivare per prime, ma ben presto capiamo il perché della separazione. Non una gara ma un gioco a nascondino. Due scale elicoidali, infatti, si sovrappongono così che dalle finestre interne intravediamo i nostri uomini, li salutiamo, qualcuna li fotografa anche, ma non li incontreremo mai fino in cima. Ad ogni piano si aprono quattro appartamenti identici e altrettanti sono situati nei torrioni agli angoli, per un totale di 32 abitazioni indipendenti.
Ne visiteremo alcuni scendendo, ma lo spettacolo migliore è la vista dalle terrazze, che permette di ammirare la lavorazione delle facciate, i tetti, il cortile, ma soprattutto la vastità del grande parco che circonda il castello.

Con un recinto di 32 Km aperto in sei punti e i suoi 5440 ettari, costituisce il più grande parco forestale recintato d’Europa. 800 ettari sono accessibili al pubblico e se si ha fortuna è possibile scorgere cinghiali e cervi oltre a tutta un’altra ricca fauna. La foto non è centrata, ma capitemi: anche se ero radiosa, veniva giù il diluvio, e con l’ombrello in mano chi ce la fa a centrare il viale? Lo so che sembro ubriaca, ma non lo ero, giuro.

Un po’ sconvolta devo però essere sembrata alla guida, tale Cetti, beneventana trapiantata in Francia per amore e rimasta anche dopo la fine della liaison, che quando vede la mia perplessità davanti alle camere dei regnanti si affretta a rassicurarmi sul fatto che il concetto di privacy all’epoca non esisteva.
Mi stupisco infatti della presenza di un secondo letto nella camere di Re e Regina, e chiedo chi ci dormisse.  Mi sento rispondere che il re non dormiva mai solo. C’erano sempre le guardie, che mai lo lasciavano, nemmeno nei momenti più intimi.
Ora, va bene che alla fine del viaggio mi sarà chiaro che i matrimoni reali tutto erano fuorché matrimoni d’amore, ma se degli eredi al trono c’erano, un po’ di sesso lo devono pur aver fatto.
Mi spiegate voi come si fa con attorno le guardie del corpo?
Ma poi, dico, fossero state solo loro. No! Guardate il letto sistemato come un palcoscenico. Lo sapevate che perfino quando la regina partoriva c’era tutto un pubblico di corte che assisteva all’evento? E che quando la mattina il re si svegliava e si vestiva, e chissà forse anche quando mingeva ed evacuava, c’era un selezionato pubblico pagante ad assistere e che il tutto serviva a rimpinzare le casse dello Stato? No, dico, come se qualcuno pagasse per vedere Mario Monti che fa il bidet! D’altra parte le casse son vuote anche adesso.

Mah, che volete che vi dica, sarà un limite mio, ma tutta ‘sta promiscuità a me più che a un casino di caccia fa pensare a un altro genere di casino. Comunque, Vive la France. Però comincio a capire perché il Re Sole era un po’ depresso e non rideva mai, nemmeno davanti alle commedie di Molière che qui tenne alcune prime. Sai che stress stare sempre in pubblico! E poi la paura di far cilecca davanti alla servitù! Via! D’altra parte il viagra ancora non l’avevano inventato, sistemi idraulici nemmeno, e anche il Re può avere qualche defaillance, soprattuto in tarda età, ché il Luigi quattrodici è morto bisnonno, ne’!

P.S. Dopo la visita del castello è possibile ammirare le carrozze appartenute al Conte di Chambord, che sono state realizzate dal carrozziere Binder, con finimenti ordinati alla celebre selleria Hermés. Carrozze per altro mai utilizzate, perché avrebbero dovuto essere usate per l’ingresso del Conte in Parigi nel 1871, quando i monarchici lo reclamarono al trono. Egli però rifiutò la fascia tricolore, rinunciando così alla sua candidatura. Quindi ecco, per Nick, grande appassionato di selle, cavalli ed Hermès, una di quelle carrozze.

 

TAGS

Accabadora

 

“Ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno”.
Ne era sicura Maria Listru, la fill’e anima di Tzia Bonaria Urrai. Eppure nella vita non bisognerebbe mai essere troppo sicuri di niente.
“Non dire mai: io di quest’acqua non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata” dice infatti Bonaria a Maria quando legge nei suoi occhi e nelle sue parole il rimprovero e lo sdegno per quello che la ragazza ha appena scoperto sulle sporadiche uscite notturne della sua madre adottiva.

La vecchia Tzia che di giorno, 365 giorni l’anno, è la sarta di Soreni, piccolo paese nella Sardegna degli anni 50, quando serve, di tanto in tanto, di notte diventa l’accabadora: l’ultima madre.
L’accabadora è colei che con mani decise come quelle che un giorno ti hanno strappato dal buio liquido di un ventre per portarti alla luce della vita, un giorno potrebbe riportarti al buio pietoso della morte.
Acabar in spagnolo significa finire, e l’accabadora in Sardegna è colei che finisce.

Ma l’accabadora sa quando accettare una richiesta e quando rifiutarla con sdegno. L’accabadora sa che ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno, fino al giorno in cui arrivano domande a cui non si sa cosa rispondere, e ci si trova in quello spazio fra il giusto e il non giusto, in cui sei solo con te stesso a decidere per il sì o per il no.
E allora anche tu che sapevi cosa bere e cosa non bere, potresti ritrovarti nella tinozza senza nemmeno sapere come ci sei entrato.

E’ intorno a questa grande verità che ruota la storia narrata in Accabadora, lo splendido romanzo di Michela Murgia.
Solo 164 pagine ma scritte in una prosa che è quasi poesia, dove ogni parola si infila fra la precedente e la successiva in un incastro perfetto dove per quanto tu cerchi di ricomporre la frase percepisci chiaramente che lì nessuna altra parola avrebbe potuto prendere posto senza stonare. Il sogno di ogni scrittore: non una parola di meno, non una parola di più.

La storia di una donna che avrebbe potuto in altri tempi essere definita strega, la storia della difficile scelta fra la legge e la pietà, la storia di un paese che sa, di un prete che sa, di una comunità che non dice, perché a tutti potrebbe capitare di aver bisogno dell’accabadora quando la vita diventa così non vita da non desiderare più di viverla.
Un libro che consiglio a chi crede nella pietà dell’eutanasia e anche a chi la rifiuta con sdegno. Un libro che fa riflettere sul senso del dolore, sia fisico che morale, e sul senso della vita.
E sul fatto che “le colpe come le persone cominciano ad esistere solo quando qualcuno se ne accorge”.
Un libro per discutere sulla differenza fra eutanasia e suicidio assistito. Perché una differenza c’è. E io sono a favore della prima ma non del secondo.

Un libro per discutere del fatto che potremmo un giorno desiderare di fare, o fare, ciò che non avremmo mai pensato.

P.S. Avevo scritto questi appunti mesi fa, dopo aver letto questo splendido libro. Non sapevo bene se pubblicarli o no. Li lasciavo lì in attesa del momento giusto. Forse sarebbe stato quello per discutere dell’eutanasia, forse una riflessione da aggiungere al discorso delle streghe, forse, appunto, un’occasione per parlare di dolore, o di certezze.
Ecco, le parole di Aldamar mi hanno ricordato questo libro, queste mie riflessioni, ed eccomi qui, a capire che davanti al dolore bisogna solo tacere, e accettare qualunque reazione, qualunque modo per accoglierlo o rifiutarlo, e ancora una volta faccio un rispettoso passo indietro sul mio fastidio provato.
Mea culpa. Potrei appunto trovarmi nella tinozza senza manco sapere come ci sono entrata.

Vi lascio questa riflessione, un altro argomento grave da discutere, se volete, un libro che vi consiglio, una pausa nel viaggio, perché in fondo i viaggi per me sono percorsi di vita ed esperienze per crescere, incontrare gente, osservare non solo monumenti, portare a casa non solo souvenir.
Poi andremo ai castelli, e anche lì ci saranno momenti belli e altri un po’ meno. Perché non è tutto oro ciò che luccica. E, come diceva la mia nonna, l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del Re.

TAGS

Tours

Hotel de Ville ( municipio)

A Tours siamo arrivati nel tardo pomeriggio, dopo circa altre due ore di strada, con la testa che ormai mi scoppiava, zeppa com’era di Plantageneti, Carolingi, Capetingi, Valois e Borbone. Sapevo tutto del Capitolo che decide di costruire le cattedrali, di scalpellini e carpentieri, di logge di operai e metri creati ad hoc.
Ma voi lo sapevate che ogni cattedrale aveva un suo metro al quale tutti si dovevano attenere? Va be’…

Cattedrale di San Gaetano

Ci siamo diretti nella parte sud della città, verso il nostro albergo nei pressi della stazione, e il primo impatto con questo centro non è stato dei migliori. Strade sottosopra per la costruzione delle rotaie di una linea tramviaria lo rendevano abbastanza sconnesso e difficilmente percorribile, i negozi non parevano particolarmente attraenti, e al momento l’unica nota positiva pareva essere l’albergo che avevamo scelto: l’Hotel L’Univers. (cliccando sul nome avrete il sito).
Pochi gradini da salire e una piccola reception immediatamente prima della scenografica hall: divanetti in pelle sparsi a creare piccoli angoli di conversazione, fronde di kenzie che dai loro vasi si spingevano verso la sala, vetrinette zeppe di monili e preziose bottiglie di liquori invecchiati, una scalinata centrale che portava al primo piano, e quando lo sguardo si è alzato ecco apparire strani personaggi affrescati alle pareti e che sembravano guardarci da un loggione, quasi noi fossimo gli attori di un teatro d’altri tempi. Mi è subito parso di riconoscere qualche viso: Garibaldi, Pasolini, Fernandel, e ancora Hemingway, …..
Non riuscivo a capire quale filo potesse unire tutti loro, e poi ecco che un foglio appoggiato sul pianoforte a coda mi svelava l’arcano: erano gli ospiti illustri che lì avevano soggiornato. Figo! Chissà se avrei dormito nel letto di qualcuno di loro.

Hotel L’Univers

Siamo saliti in ascensore fino al quinto piano. Ed ecco la camera: n° 512.
Fossimo stati nella capitale sarebbe stato un romantico dormire sotto i tetti di Parigi. Vabbé, ho dormito sotto i tetti di Tours, e l’orologio illuminato dell’Hotel de Ville sullo sfondo del cielo blu ingentilito da una stella e uno spicchio di luna crescente era sufficiente per farmi sognare di essere nella Belle Epoque.
Se un giorno vorrete ripetere la mia esperienza non posso che consigliarvi di soggiornare qui, sia perché Tours è in posizione strategica per potersi muovere sia verso est che verso ovest e visitare un buon numero di castelli nel raggio di due ore di strada, sia perché l’albergo offre una sistemazione più che buona e un ristorante decisamente sopra il livello medio delle buone cucine d’albergo.

Place Plumereau

Prima di condurvi tra i vari manieri lasciatemi però raccontare qualcosa della vieux Tours, ovvero della città vecchia, che una volta trovata si è rivelata  un piccolo gioiello.
E’ attorno alla Place Plumereau che sorgono le splendide e caratteristiche case in legno e muratura che risalgono al medioevo e che di giorno, ma soprattutto la sera, creano un’atmosfera da fiaba, che pare di stare dentro la storia di Hansel e Gretel e ci si aspetterebbero finestre di marzapane e porte frutta candita.
Qui si raccolgono i tantissimi studenti universitari della città, qui si animano i tanti ristorantini e bar, coi tavolini all’aperto e il vociare festoso.

Place Plumereau  di notte

Più serio il clima attorno alla cattedrale dedicata a San Graziano, il primo vescovo di Tours, e soprattutto dentro la chiesa dedicata a San Martino, che io ho sempre conosciuto come soldato romano.
Fin da bambina l’ho visto affrescato sul muro di fianco all’altare della mia chiesa, sul suo cavallo bianco e con la spada che taglia il mantello rosso per donarlo a un poverello seminudo. Fin da bambina l’ho sempre pensato italiano.
Semplice associazione mentale: se era romano, era italiano.
Macchè, sono dovuta andare in Francia per scoprire che era soldato romano sì, ma di origine ungherese, che era alle porte di Amiens quando divise il suo mantello, e che sempre lì, la notte successiva, gli apparve Gesù con lo stesso manto.
Proseguì la sua conversione, e fu ordinato terzo vescovo di Tours. Fu sepolto lì vicino, numerosi pellegrini cominciarono ad arrivare sul luogo della sepoltura e Tours divenne uno dei centri più importanti del cristianesimo medioevale.
La grande basilica a lui dedicata fu distrutta durante la Rivoluzione Francese, ma tuttora esiste una cripta con parte delle sue ossa.
Ebbene, è proprio qui che ho assistito ad una scena che non riesco a dimenticare.

Cripta di San Martino

Un uomo e una donna sulla cinquantina, ma precocemente ingrigiti, scendevano faticosamente le scale trascinandosi dietro un figlio adolescente e gravemente handicappato. Lui lanciava urli, si dimenava, si fermava, poi lo convincevano a proseguire, gradino dopo gradino, caparbiamente, creando trambusto nel silenzio della cripta. L’uomo si è seduto su una delle sedie, accanto a lui il figlio. La madre inginocchiata. Un rosario fra le dita di ognuno di loro e poi le preghiere, con visi affranti, quasi stravolti dal dolore o dalla preghiera.
Ho immaginato il clima di quella casa e ho provato fastidio. Un vero fastidio al punto di metterne subito al corrente mio marito. E al momento non sapevo bene nemmeno io il perché.
Lui ha risposto che non si può giudicare la fede, come non si può giudicare il dolore.

Non discuto il dolore, la loro disperazione, la fede che forse li aiuta a sopportare la fatica di crescere un figlio con tante difficoltà. So che alcuni di voi hanno fede e nella fede trovano conforto.
Però mi è sembrata una fede “sbagliata”. Una fede esibita. Una fede pesante da gestire. Solo ieri, dopo tanto pensarci, ho capito il perché del mio fastidio. Credo sia una forma di pudore. Ecco, io non mi scandalizzo per un nudo, per un bacio tra gay, per una relazione fra un cinquantenne e una ventenne, o viceversa. Ma ho pudore del dolore, e della fede. Li trovo entrambi qualcosa da vivere e non da esibire.

Voi che ne pensate? Sbaglio? E non sarebbe stato meglio portare quel ragazzo in un parco, farlo sedere su una panchina, lanciargli un pallone, farlo giocare con un cane, invece che costringerlo a recitare un rosario di cui non avrebbe mai capito niente? La fede ha davvero bisogno di queste manifestazioni? Dio, ammesso che esista, vuole davvero questo?

 

TAGS

Da Parigi a Chartres

 

Leggere un libro e partire, tornare e ricomporre il puzzle. Questo più o meno è il prima e dopo dei miei viaggi da qualche anno.
Non so se sia giusto o sbagliato; probabilmente sarebbe più razionale documentarsi sulle mete che andrò a visitare, sulla storia di quel luogo, imparare date e dinastie regnati, guerre di religione, opere d’arte e stili architettonici. Insomma, tutto quello che poi le guide affastellano in pochi giorni creando il caos nella mente dei viaggiatori.
Ma siate sinceri: quante date ricordate dei vostri viaggi? Quanti re e regine sapete elencare? Quali battaglie vi hanno colpiti a tal punto da saperle snocciolare con vincitori e vinti e magari illustri caduti?
Forse lo fate, e allora avete tutta la mia ammirazione, ma a me di un viaggio rimangono pochi flash: le sensazioni che ho respirato, i profumi che escono dalle case e dai negozi, i colori che scorrono ai lati delle strade, i fiori su un davanzale, il sorriso di un vecchio, due occhi di cane che mi guardano, una donna inginocchiata a pregare. Allora preferisco un romanzo, perché solo i narratori sanno trasmettere l’anima di un luogo.
Del mio ultimo viaggio in Francia ricordo dunque i rettangoli verdi, marroni e gialli dei campi che già intravedevo dal finestrino dell’aereo, fra una nuvola e l’altra di un cielo che fin dall’inizio ha minacciato pioggia e l’ha riversata sulle nostre teste per giorni e giorni, senza tregua, afflosciando i capelli, inzuppando gli impermeabili, rovesciando gli ombrelli e scrosciando sui finestrini, rendendo quasi impossibile ogni foto in movimento.
Ma io stavo lì, col naso appiccicato al vetro e il dito pronto, e scattavo, scattavo, sempre speranzosa che tra un click e l’altro qualcosa di buono uscisse.
In realtà poi le uniche foto degne sono quelle prese a ruote ferme, implorando la guida di concedere una sosta quando il giallo dei campi di colza era per me troppo bello per rimanere solo nella memoria come un ricordo che il tempo avrebbe inesorabilmente sbiadito.
E allora eccolo qui, anche per voi, con sopra i nuvoloni scuri di questa pazza e umida primavera nella valle della Loira.

La Loira, già, quel lungo corso d’acqua che per anni per me è stato solo un nome associato agli scenografici castelli, e che da un paio di mesi invece è il fiume dalle acque marroni e limacciose, coi suoi mulinelli, le bisce, i pesci da pescare, e i piccoli villaggi che sorgono sugli argini; le fattorie, la gente che li abita e li ha abitati.
La Loira di Cinque quarti d’arancia, lo splendido romanzo di Joanne Harris che ho letto da poco, dell’autrice che ho scoperto pochi mesi fa, e che mi incanta pagina dopo pagina, sia che parli di magia dentro una cioccolateria sulla Butte di Montmartre, sia che snoccioli tragedie e rancori di adulti e bambini in una fattoria lungo il fiume, mentre tedeschi e francesi combattono una guerra più di miserie umane che di vere eroiche battaglie.

Ma prima di arrivare a Tours, capitale della Turenna, e finalmente vedere il grande fiume, c’è stata Chartres, a due ore da Parigi, con le viuzze strette, i negozi così tipicamente francesi, e la Cattedrale, una delle più importanti di Francia dopo Notre Dame de Paris.
Dedicata alla Madonna anche questa, quasi interamente gotica, con la sola esclusione della facciata romanica sopravvissuta a un incendio insieme a una delle due torri, con 2400 metri quadri di splendide vetrate originali, le statue indimenticabili, la sua storia, la sua reliquia – nientemeno che il velo della Madonna – ma soprattutto col suo labirinto, perché è lui che da subito ha attirato la mia attenzione.


Seminascosto dalle sedie che vengono tolte solo il venerdì, stava lì, disegnato sul pavimento. Enigmatico.
261,50 metri da percorrere in ginocchio, come un pellegrinaggio, per partire dall’oscurità, raggiungere la luce del centro e poi tornare. Un percorso di fede, per chi crede, ma anche un insegnamento per chiunque, con quel sentiero che sembra fornirci facilmente la meta, dopo appena pochi metri, e che invece si snoda tortuoso, in un andirivieni che lentamente conduce al fiore centrale, insegnandoci che spesso le cose più preziose non sono facili da avere, ma necessitano di un lungo viaggio, faticoso, a volte sfiancante, che mette a dura prova la nostra tenacia, ma che poi, una volta conquistate, proprio grazie alla fatica che ci sono costate assumono ai nostri occhi un valore che mai avrebbero avuto se ottenute con facilità.

E se volete in qualche modo percorrelo, qui trovate disegni e anche una bella animazione.

Io, da Chartres, vi saluto in attesa della prossima tappa

TAGS

Tiramisù… e altro ancora

 

Un ospite improvviso, gli amici dei figli che arrivano a casa per una partita, una merenda, un invito al quale non si vuole arrivare a mani vuote, una cena in terrazza.
A volte si torna a casa tardi, altre volte si è già spadellato per ore e non si ha né il tempo né la voglia di mettersi ad impastare anche un dolce. Magari il forno è anche già occupato da un arrosto, un pesce, una teglia di lasagne e la tortiera non ci sta proprio.
La mia salvezza è sempre il tiramisù, che ormai ho preparato in tutte le varianti che questo nome consente, divagando a volte anche in qualcosa che è più simile alla zuppa inglese.
Vi assicuro che in pochi minuti il risultato è garantito, e con un po’ di fantasia si possono peparare tanti piccoli assaggini per ogni commensale, per ogni gusto e per ogni esigenza, adatti anche a un buffet elegante, o perché no, a un rinfresco per un battesimo o una comunione.

Ingredienti:

250 gr. mascarpone
2 uova
4 cucchiai di zucchero
6 caffè
Rum o Cognac
Un pacchetto di savoiardi
Cacao in polvere
Un pizzico di sale

Con questi ingredienti potrete preparare il classico tiramisù, quello da mettere in una pirofila, meglio se trasparente, e da tagliare poi a porzioni.

Per prima cosa preparare 6 caffè, che lascerete raffreddare.
Nel frattempo montare a neve fermissima gli albumi, dopo aver aggiunto un pizzico di sale. Io uso la frusta del minipimer partendo dalla velocità bassa e aumentando.
Montare poi i tuorli con lo zucchero fino a creare una spuma chiarissima.
Unire il mascarpone sempre frullando col minipimer fino ad ottenere una crema abbastanza morbida e solo a questo punto aggiungere gli albumi a neve, ma mescolando dal basso verso l’alto per non smontarli.


Adesso i caffè saranno freddi; metteteli in una pirofila o in una fondina, aggiungete acqua fredda in modo da diluirli ( circa il doppio dei caffè), unite anche tre tazzine di rum, oppure cognac, e inzuppate i savoiardi. Né poco né troppo. Ma per questo dovete avere voi l’avvertenza di levarli abbastanza velocemente da non disfarsi.
Li disponete nel contenitore che avete scelto, mettete uno strato di crema, un altro strato di savoiardi, e finite con la crema che spolverizzerete con cacao attraverso un colino.
Se avete bambini evitate il liquore. Una buona variante è con il marsala.
Un’altra con l’aggiunta di marron glacés.
Un’altra ancora con Amaretto di Saronno e granella di amaretti.

E poi c’è la zuppetta primaverile, con la frutta.
La crema è sempre la stessa, ma i savoiardi vanno inzuppati in metà latte e metà liquore. Io preferisco il Grand Marnier, ma va bene anche il Cognac.

Si fanno delle monoporzioni a coppetta, oppure a bicchierino, o ancora io utilizzo dei barattolini in vetro come quelli della foto che sono di yoghurt in vasetto.
Potete usare le fragole a pezzetti, le fragoline di bosco, i lamponi, i mirtilli, le pesche fresche o sciroppate, l’ananas, anche il kiwi.
Purtroppo non ho la foto, ma vi assicuro che messi tutti insieme su un vassoio creano un effetto multicolor che lascerà a bocca aperta i vostri ospiti.

Oppure, potete aggiungere della crema al cioccolato, e spolverizzare con croccantino tritato, come nella foto in altro. Una piccola decorazione di frutti di bosco, un po’ di zucchero a velo, un ciuffetto di panna montata. Ci vuole poco!

Spero con queste semplici dolcezze di aver spiegato bene a Maria e Martina come fare il tiramisù e di essermi fatta perdonare da tutti quelli che ho schifato col mio risotto alle rane!! :-)

P.S. Aggiungo qui qualche consiglio per la preparazione in periodo estivo. Trattandosi di cibo crudo, con uova e latticini, si raccomanda la grande igiene e la non interruzione della catena del freddo. E’ bene lavare i gusci delle uova immediatamente prima dell’uso, e riporre poi la preparazione al freddo, togliendola solo al momento della consumazione. Ecco che le monoporzioni allora diventano utili ad evitare contaminazioni batteriche.

TAGS

Risotto alla certosina

 

 

Sota al punt da bric e brac
gheva là Barlin Barlac
cunt la vesta verdusina
prufesùr chi l’induvina

Quand’ero piccola e andavo a trovare mia nonna, capitava che si andasse nei campi. A volte ci si spingeva verso una zona che si chiamava “la risaia” anche se a dire il vero non ricordo di aver mai visto seminato del riso. Probabilmente avveniva in passato, perché era una zona ricca di fossi e quindi di acqua. Si passava sotto il ponte della ferrovia, ci si divertiva a lanciare un urlo, perché si sentiva l’eco, e poi capitava di sentire il gracidare di qualche rana, o di vedere un rospo acquattato su un sasso. Così la nonna mi raccontava quella breve filastrocca, che appunto parlava del ponte di bric e brac dove sotto stava questo Barlin Barlac, con la veste verdina e professore era chi indovinava chi fosse.
Una rana, ovviamente.
La Lombardia è sempre stata zona di rane, come il Piemonte, d’altronde. E’ dello scorso anno la mia scoperta di un ristorante alla periferia di Milano, zona sud, dove ancora il cemento non ha coperto tutti i campi, dove qualche fattoria superstite resiste, e dove le strade sono costeggiate da fossi.
Si chiama Garghet, ne avevo parlato qui, e all’ingresso c’è una ricchissima collezione di rane i ogni tipo, perché garghet era appunto il termine dialettale per indicare la rana.
Le rane andavo a mangiarle da piccola a Ghemme, in provincia di Novara, in una trattoria che le cucinava in ogni modo, da quelle fritte a quelle in umido, e naturalmente il risotto con le rane.
E un tipico risotto con le rane si chiama “alla certosina” presumo dai frati della Certosa di Pavia, altra zona di risaie, di fossi e di rane. Ha questo nome perché i frati la vigilia di Natale dovevano mangiare di magro, e mancando il pesce, si prendeva quel che di magro offriva la campagna.

Racconta mia madre che da piccoli andavano a catturarle nei fossi, e sempre nei fossi trovavano anche i gamberi di fiume, oggi praticamente irreperibili.
Per questo, domenica, dopo aver trovato in pescheria delle belle rane, ho deciso di fare il risotto alla certosina, del quale voglio oggi darvi la ricetta, ma sostituendo i gamberi di fiume con quelli di mare.

Ingredienti per 4 persone:
360 gr riso carnaroli o arborio
12 rane
12 gamberi
1 carota
1 gambo di sedano
1 scalogno
1 spicchio d’aglio
Olio di oliva
Una noce di burro
Funghi porcini secchi
Funghi porcini freschi o surgelati
Prezzemolo tritato
Vino bianco
Piselli (facoltativi)
4 filetti di pesce persico (facoltativi)

Mettere a bollire una pentola con un litro e mezzo d’acqua, aggiungere le rane ben pulite e lavate e lasciar bollire per 11 minuti. Aggiungere i gamberi, e dopo un minuto scolare il tutto.
Disossare le cosce, tenere la carne e ributtare in acqua la carcassa con la carota, il sedano e lo scalogno. Sgusciare i gamberi e ributtare i gusci in acqua. Salare e lasciar bollire per 1 ora, poi filtrare il brodo.
A questo punto mettere olio e burro in una pentola da risotto, lo spicchio d’aglio schiacciato, il prezzemolo tritato e i funghi a pezzetti. Far rosolare, togliere l’aglio, aggiungere il riso e tostare.
Sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco, e aggiungere il brodo un mestolo alla volta.
A cottura quasi ultimata, aggiungere la carne delle rane e i gamberi.
Volendo, nel soffritto iniziale, prima del riso, aggiungere anche dei piselli, e una volta impiattato posare su ogni piatto un filetto di persico passato in padella, con olio e burro e una sfumata di vino bianco.

TAGS

Maria Letizia Verga

Il numero 17 non mi è mai piaciuto. Superstizione forse. Non so.
Evito la stanza 17 in albergo, la fila 17 in aereo, a volte anche la poltrona al cinema. Meno male che a volte albergatori e compagnie aeree prevengono e le saltano proprio.
Però quella volta era proprio il 17 e non ci potevo fare niente. Un mercoledì.
Il mercoledì che avrebbe potuto cambiare la mia vita e forse annientarla.
Il tutto era iniziato la domenica sera, quando dopo essere andata a riprendere mio figlio dai nonni, dove aveva trascorso il fine settimana, lo vidi particolarmente pallido. Succedeva spesso, a quel tempo. Il lunedì mattina però sentii che aveva i linfonodi del collo abnormemente gonfi. Chiamai la pediatra per un consulto, perché non sono mai riuscita ad essere razionale sulle malattie di mio figlio, ma anche lei, appena lo vide, mi consigliò immediate analisi del sangue.
“Che cosa pensi?” le chiesi angosciata.
“Stai calma. Magari non è niente, ma meglio indagare”.
La mattina successiva andammo al laboratorio per il prelievo. Era il 16, martedì, dicembre, 1997.
Il referto sarebbe stato per il giorno dopo. Il maledetto 17.
Se qualcuno mi chiedesse quale è stato il peggior giorno della mia vita, senza esitazione direi quello. Quel pomeriggio, quella sera di dicembre, col suo freddo, con la neve che scendeva copiosa, con la corrente che se n’era andata, il camino acceso, e un’atmosfera che in qualunque altro momento mi avrebbe fatto guardare fuori estasiata. E invece stavo rannicchiata su una sedia, ripiegata su me stessa, annichilita come non mai.
Non avevo avuto il coraggio di pronunciare quella parola: leucemia. Non l’aveva pronunciata nemmeno la pediatra, che pure aveva avuto un figlio leucemico, fortunatamente guarito.
Ma quella diagnosi mi martellava in testa, coi suoi vetrini, le pagine studiate, le casistiche, la prognosi, le terapie.

Il 17 arrivò, puntuale. Non ebbi il coraggio di andare a ritirare il referto. Mandai mio marito. Codarda!
Il primo numero mi fece sobbalzare. I leucociti erano enormemente alti, ma la formula era normale.
Adenopatia. Solo un’adenopatia reattiva all’infezione in gola che aveva avuto giorni prima e che era recidivata.
Quel giorno la mia vita non è cambiata come avevo temuto, ma in qualche modo da allora non sono più stata la stessa.
A volte bisogna passare attraverso le cose per comprenderle veramente.
E da allora ci sono persone alle quali penso sempre. Sono i bambini leucemici, le loro mamme, le loro famiglie.
C’è un comitato, a Monza, che si occupa di loro, della ricerca, di fornire una casa in cui soggiornare durante le cure quando si viene da lontano, magari dal sud. Di organizzare feste, incontri con personaggi famosi, scuola in reparto, e tante, tante iniziative per questi bimbi che combattono una battaglia così dura e così presto.

Ecco, io non vi chiedo di diventare soci, non vi chiedo di fare donazioni in questo momento in cui la vita è già abbastanza difficile per molti, ma in questo periodo di dichiarazione dei redditi, se non sapete a chi donare il 5 per mille, mi permetto di segnalarvi il COMITATO MARIA LETIZIA VERGA, fondato dai genitori di questa bimba che tanti anni fa non ce l’ha fatta, ma che in qualche modo ha aiutato poi tanti bambini a vincere la battaglia.

Il numero per la donazione è

97015930155

http://www.comitatomarialetiziaverga.it/

P.S. mi farebbe davvero tanto tanto piacere se riusciste a trovare il tempo per guardare tutto il filmato. Dura 12 minuti, lo so, ma ne vale la pena.

 

TAGS

Un posto sull’I-Tomb

 

Ci sono momenti della vita in cui si devono fare i conti col passato. E anche luoghi che prima o poi ci spingono a farlo. I cimiteri, per esempio.
Con loro ho sempre avuto un rapporto curioso ed estetico più che di preghiera, simile a quello di un turista con le chiese. Non ci entravo per rivolgermi a Dio e chiedere un eterno riposo per le anime lì sepolte, ma solo per osservare e, al limite, meditare. E questo avveniva quasi sempre lontano da casa, durante una gita o una vacanza.
Dove erano sepolti i miei morti invece andavo raramente, di solito il due di novembre, quando lo fanno tutti, un po’ come il pic-nic a Pasquetta o il bagno a ferragosto. Una tradizione più che altro, non un vero gesto di devozione verso i defunti di famiglia. Forse perché non ho mai sentito di averne una.
In città, dove è sepolto mio padre da ormai diciotto anni, la visita si svolgeva rapida e indolore, come l’ennesima replica di una commedia che va in scena da anni nello stesso teatro, con gesti e battute che ormai fluiscono da soli, automaticamente e senza emozioni. Un mazzo di rose gialle in mano, un lumino, il bip del telecomando che chiudeva la macchina e i miei passi che mi trascinavano a varcare il cancello. Entravo e uscivo nel giro di pochi minuti, portandomi dietro solo qualche ricordo molto personale.
La distesa di fosse e loculi che riempie lo spazio in senso orizzontale e verticale non mi ha mai suscitato particolari riflessioni, se non quella che chi grande spazio ha occupato da vivo altrettanto ne occupa da morto, mentre chi poco era, poco rimane anche dopo.
Alcuni perfino pochissimo.
Grandi cappelle per grandi nomi, medie tombe per chi non ha lasciato traccia di sé ma abbastanza soldi per una degna sepoltura, e piccoli loculi per quelli che anche nel momento del trapasso devono fare i conti col denaro oltre che col dolore.
Perché la morte ha un prezzo.

Qualche volta alcuni di voi mi hanno chiesto di pubblicare a puntate un mio romanzo. Ecco, questo è uno stralcio. Amo i cimiteri. Come Olga, personaggio di L’addio, di Paola Calvetti, o magari come Anouk, figlia di Vianne Rocher, l’affascinante protagonista di Chocolat che probabilmente avrete visto al cinema e che ora sto leggendo in Le scarpe rosse di Joanne Harris, seguito del precedente romanzo.

Da anni durante i viaggi mi eclisso per qualche ora e poi mi ritrovano lì, in un cimitero. Amo quelli monumentali, con grandi nomi, ma soprattutto i piccoli cimiteri di campagna, magari quelli a ridosso di antiche chiese. Il loro silenzio. E vedere come ogni popolo commemori i suoi morti.

Ho così visitato piccole necropoli caraibiche dalle alte tombe rivestite con le più svariate piastrelle multicolori, che ho immaginato essere avanzi di pavimenti o bagni, e che creavano un piacevole effetto gioioso di un luogo di morte a pochi metri dalla spiaggia, dove la gente rideva e si tuffava dentro enormi onde spumeggianti. Poco più lontano piccoli aerei da turismo atterravano e decollavano, trasportando turisti in cerca di sole e acque pulite. Non c’era silenzio là dentro, ma non avevano molto altro spazio dove seppellire i loro defunti e d’altronde i morti non sentono più.
C’era silenzio invece nei piccoli angoli ombrosi accoccolati dietro una chiesa nei piccoli paesi di montagna incuneati nel fondo di qualche valle solitaria. Lì ho meditato fra rocciosi di stelle alpine e impronunciabili nomi di origine austriaca, mentre in altri piccoli campisanti disseminati sulle colline dell’Istria, dove i cognomi italiani si mescolavano ad altri di origine slava, in una curiosa mescolanza di popoli e lotte e tranquillità, ho sentito il vuoto della morte.
Ho visto tombe abbarbicate sulla roccia, con bianche lastre verticali abbacinate dal sole e raggiungibili solo tramite ripide scale, ove la terra scendeva scoscesa verso il mare senza offrire spazio per una morte che giace. Ho visto sarcofagi di uomini famosi spogli di fiori, e umili sconosciuti omaggiati con lussureggianti giardinetti. Piccoli presepi, alberelli di Natale, perfino un trenino, posati come gesto d’amore e pietà dove la morte aveva spezzato la vita ancora in bocciolo. Ho visto marmi che odoravano di cera e tumuli rivestiti dalle erbacce. I cimiteri parlano e raccontano, molto più delle parole, il ricordo o l’oblio. Mi sforzo di guardare al di là, oltre i marmi, oltre i bronzi, oltre l’orizzonte del nostro sguardo, ove Thanatos lavora, e soltanto là, la morte è davvero “a livella”, come diceva il grande De Curtis. Una livella che l’uomo si sforza di rallentare col denaro, ma che alla fine ci riporta tutti allo stesso piano: la polvere.

Ecco un altro stralcio del romanzo e ora una novità.

Forse non lo sapete, ma in America, una società nella Silicon Valley, dal nome molto esplicito: I-Postmortem limitet, ha inaugurato due nuovi siti, l’I-Memorial e l’I-Tomb. Saranno cimiteri digitali, dove postare sprazzi di filmati sulla vita del defunto, accendere candele virtuali, pregare, costruire la propria immortalità. In tempi in cui i posti al cimitero scarseggiano sempre più, e sono sempre più cari; in città dove i cimiteri sono in periferia e difficili da raggiungere; in un’epoca in cui molti scelgono la cremazione, anche per risparmiare sull’ultima dimora, volendo si potrà acquistare la propria tomba digitale.

Si potrà farlo in anticipo, lasciare disposizioni, password, dati medici in caso di malattie ereditarie, messaggi da leggere post mortem e le disposizioni su chi potrà avere accesso ai dati.
Insomma, niente più scatole di foto ingiallite dal tempo o diari segreti nascosti nei doppi fondi dei cassetti per conoscere i nostri avi, ma un sito internet.

Che ne pensate? Vi alletta l’idea o preferite il classico monumento in marmo? Come onorate i vostri cari? Siete da visita settimanale o vi limitate al 2 novembre? Andate a trovare i defunti prima del funerale, oppure la morte vi spaventa a tal punto che anche questo post vi inorridisce?

TAGS