La mia Africa

Ho sempre sentito parlare del mal d’Africa. L’aveva una coppia di miei amici che per quasi quindici anni, prima che arrivassero i figli, immancabilmente ogni Natale doveva volare laggiù.
Nel 2006 decidemmo di andarci anche noi. Dopo varie consultazioni di cataloghi, si decise per il Sudafrica e lo Zimbabwe.
Sono Paesi vicini, ma, per lo meno ai miei occhi, molto diversi.

Del primo ho visitato qualche città, soprattutto Johannesburg, attraversato montagne che più che all’Africa mi facevano pensare alla Svizzera o alle Highlands scozzesi, e poi ho esplorato un parco. Il più noto: il Krugher Park.
Jeep spartana, guida autorizzata, ore e ore lungo sentieri nella speranza di vedere un leone, qualche rinoceronte, gli apparentemente miti ippopopotami che invece pare siano pericolosissimi, tante gazzelle.
La jeep era bella alta, le raccomandazioni tante, ma la sensazione più di essere dentro uno zoo safari che veramente in Africa.
L’unica esperienza davvero avventurosa era percorrere il vialetto del lodge in cui abbiamo dormito qualche notte, con un ponticello da attraversare e un inquietante cartello che avvertiva della possibile presenza di coccodrilli.

Molto diversa l’esperienza dello Zimbabwe, ancora selvaggio, senza cancelli e recinzioni per gli animali, ed escursioni al limite della galera, tipo quella che incoscientemente ho fatto con mio figlio in groppa a un elefante, con incontro ravvicinato con una mandria di bufali, della quale avevo raccontato qui

Cosa mi porto nel cuore? Le immagini tenere della vita della savana.

due kudu innamorati che sembrano abbracciarsi e proteggersi

una elefantessa che cammina con accanto il suo cucciolo

una scimmia che tiene amorevolmente in braccio il suo piccolo.

Perché l’amore, in fondo, è uguale dappertutto.

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In Namibia a salvare ghepardi

“Dopo averlo accarezzato ho pianto per l’emozione, e ho sentito che se anche fossi morta in quel momento non mi sarebbe importato, perché quello era il “mio momento”, quello che aspetti per tutta una vita, e si era compiuto”.

Mentre mi dice queste parole, Beatrice, che non è più una ragazzina, ha gli occhi che brillano e l’entusiasmo di un’adolescente al suo primo viaggio da sola. Invece lei è una donna che ha davvero girato il mondo e prende aerei come gli studenti l’autobus.
Siamo sedute accanto alla piscina, indossa solo un costume e una collanina con un ghepardo, e io decido che del suo momento devo raccontare, anche se non l’ho vissuto con lei.

Grande appassionata del mondo arabo e dell’Africa, questa volta si è buttata in un’impresa non da tutti: un viaggio attraverso il deserto della Namibia con un gruppo di appassionati del mondo selvaggio, ma senza guide, senza qualcuno alle spalle che organizzasse il tutto.

Il viaggio lo hanno pianificato loro, con un lungo lavoro di organizzazione che comprendeva lo studio delle tappe, il calcolo del carburante e del tempo di percorrenza, la ricerca dei campi in cui dormire la notte dentro le tende e protetti da una recinzione, l’acquisto di tutto quanto serviva per la spedizione, compreso il cibo per tutta la durata del viaggio.

Abiti leggeri per il giorno e pesanti per la notte, perché lì l’escursione termica è ampia, cappelli e occhiali da sole, calzettoni pesanti e scarpe robuste per proteggere piedi e gambe dalle spine del bush, e poi tanto, tanto coraggio, che purtroppo non si può acquistare: o si ha o non si ha.

Sono partiti in giugno, in un paio di giorni a Windhoek, la capitale della Namibia, hanno acquistato tutto il necessario, noleggiato le auto e le tende, e poi via, verso l’orizzonte, immersi in paesaggi che le tolgono il fiato e nel silenzio della notte rotto solo dalle grida degli animali.

 

Perché hai deciso di fare questa esperienza? le chiedo.

Perché amo l’Africa, ma dopo aver conosciuto le sue bellissime culture, da quella egizia a quella tunisina, e un po’ di tutta l’Africa sopra sahariana in generale, volevo conoscere il suo aspetto più selvaggio, lontano dai soliti resort con finte capanne e piscine a fagiolo. Volevo la natura più cruda e difficile, la massacrante lotta per la sopravvivenza degli animali che tante volte ho visto nei documentari e che amo visceralmente e anche la vita delle popolazioni nomadi, come quella degli Herero o degli Himba.
Questa volta ho avuto il privilegio di vivere tutto dal di dentro, di apprezzarne ogni istante.

In quanti eravate e come vi siete conosciuti?

Eravamo in 18. Io da tempo pensavo a una viaggio come questo, così mi sono documentata e informata tramite amici e amici di amici e ho conosciuto questo gruppo, e in particolare una signora che lavora come traduttrice al Parlamento Europeo con la quale poi ho condiviso la tenda.

Come ti sei sentita?

Mi sono sentita come nell’ombelico del mondo, con la gioia di poter vivere quello che avevo sognato per tanto tempo. Ero nel posto giusto al momento giusto.
La sera, quando calava il sole, ci si fermava, si montavano le tende, si cucinava – quasi sempre cibo in scatola – e forse perché eravamo un po’ tutti stravolti dalla stanchezza, un po’ perché eravamo tutti come rapiti dall’esperienza che stavamo vivendo, si stava in silenzio. Ma i silenzi a volte ti dicono e ti danno tantissimo. E’ stata un’esperienza che definirei quasi mistica.

 

Qual è stato il momento del viaggio che più porterai nel cuore?

Quando ci siamo recati al centro recupero ghepardi della dottoressa Laurie Marker e mi sono resa conto del lavoro e dell’impegno che tutti mettono per salvaguardare la sopravvivenza di questo splendido felino. Ho anche assistito ad una operazione effettuata ad un ghepardo a cui è stata tolta una cisti da una zampa. Mi è stato chiesto se volevo contribuire in qualche modo all’operazione, e mi hanno affidato l’incarico di spazzolarlo per bene – dopo che era stato anestetizzato, ovviamente – per togliergli tutte le spine del bush africano. Avrei voluto fare molto di più, sporcarmi le mani, come si suol dire, ma ovviamente non mi è stato concesso non essendo io né veterinaria né addetta ai lavori.
Poi ho aiutato a caricarlo sulla Jeep e non ho potuto trattenermi dall’accarezzarlo e baciarlo e ho toccato il cielo con un dito. Per questo ho deciso che al ritorno avrei cominciato a fare qualcosa per contribuire per quanto mi è possibile a questa impresa di salvaguardia dei ghepardi.

Cosa pensi di fare?

Parlare alla gente di questi animali, magari andare nelle scuole a parlarne ai bambini, tornare là. Ancora non so bene.

Qui si concludeva il nostro discorso un paio di mesi fa.
Poi Beatrice, pochi giorni fa, è stata invitata a Strasburgo, ad un congresso. Ha conosciuto veterinari, zoologi, giornalisti, fotografi, documentaristi. Tutte persone accomunate dalla passione per l’Africa e per questi animali.
Non so ancora bene cosa abbia in mente di fare lei. Io ho pensato di fare la mia piccola parte, parlandone a chi legge o leggerà questo blog, facendovi conoscere il centro e la dottoressa Marker, cliccando qui, e dando a Beatrice la possibilità di rispondere a qualche domanda su questo argomento, se vorrete porgliela.

 

 

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Léonie è stata qui… senza tante sfumature

 

Rosso, grigio e nero.
Però con poche sfumature. Anzi: quasi nessuna. Anzi, il primo che ancora nomina ‘ste cacchio di sfumature me lo mangio dopo averlo arrostito in padella e sfumato con del vino bianco. Tanto per restare in tema!

Va bene, dai, lo confesso: quella del 2012 è stata la mia estate leggera. Pare che una gran quantità di donne si sia buttata sul mummy porn, e che tutte queste sfumature le abbiano intrigate non poco.
Molti si sono chiesti come spiegarsi il fenomeno. Io me lo sono spiegato solo a metà.

L’autrice non sa scrivere, ma non è che la gran parte della gente, quando si avvicina l’estate e si stende al sole, vada in cerca di opere di grande spessore letterario, quindi mettiamoci il cuore in pace e facciamocene una ragione: i grandi successi editoriali non hanno nulla a che fare con la qualità.

Mi spiego meno tutta questa voglia di sottomissione, termine che a me dà un poco d’orticaria: non voglio sottomettere nessuno, ma men che meno vorrei subire imposizioni fisiche o psicologiche da un uomo.

Però, insomma, anch’io ho avuto la mia botta di leggerezza e in questa estate che più lontana dalla lettura e dalla letteratura non avrebbe potuto essere, uno dei pochi libri che ha stazionato a rotazione tra il mio comodino e la borsa della piscina è stato NON uno dei tomi dell’incriminata trilogia sado-maso, ma Léonie, recente romanzo rosa della nostra signora del best seller Sveva Casati Modignani.

Credo sia stato per via della copertina, di quella donna vestita di rosso che guarda il lago da una finestra aperta. Devo essermi identificata in lei, così un pomeriggio, mentre passeggiavo nella mia cittadina, l’ho visto nella vetrina di una libreria, sono entrata e l’ho comperato.

Léonie è una signora della buona borghesia, nata in Francia da una ragazza madre in ristrettezze economiche.
Povera non lo è più dal giorno in cui ha sposato il rampollo di una ricca famiglia brianzola. La fabbrica di rubinetterie messa in piedi dal nonno del marito fornisce infatti a tutti di che vivere più che bene nella lussuosa villa con parco e piscina coperta, dove lei può fare la sua nuotata quotidiana anche quando il Natale è ormai alle porte.
Piano piano si integra bene nella ricca famiglia, ne scopre i segreti di generazioni, ha dei figli, pare una donna felice e appagata, però a Léonie manca qualcosa, e non c’è bisogno di arrivare alla fine del romanzo per capire cosa.

Il tutto era cominciato un pomeriggio di Dicembre, esattamente il 23, quando al ritorno dalla Valtellina, dove si era recata ad acquistare leccornie per il pranzo natalizio, una ruota bucata  le aveva fatto conoscere Roger, medico francese e affascinate.
Dai, c’è bisogno che continui?
E’ un attimo finire nel letto di un alberghetto sul lago. Se poi siamo a Varenna, uno dei paesini più idilliaci del lago di Como, se l’albergo è l’Hotel du Lac, incastonato fra la pietra antica e l’acqua che placidamente dondola sotto il pallido sole invernale, e fuori fa freddo, voi capite che la carne è debole…

Ma la cosa particolare è che Léonie e Roger mica la chiudono lì. No! E nemmeno diventano amanti fissi da fughe e sotterfugi, telefonate bisbigliate e sms celati. Un po’ perché lui sta in Francia e lei in Italia, un po’ perché quando la storia era iniziata gli sms nemmeno c’erano.
Loro si danno appuntamento ogni anno a Varenna, stesso albergo e stesso giorno, e ogni anno, come nella celebre canzone anni sessanta, si ripetono: per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare.
Va be’, loro non se lo dicono veramente, sono più seri di me, ma il succo è quello. E vanno avanti per una vita, mentre i figli crescono, i nonni muoiono, le mamme invecchiano.

Ma mi chiedo io: può stare in piedi una storia simile, senza mai sentirsi nel frattempo, senza sapere mai che fa uno e che fa l’altra? Voi che dite? In un romanzo sì, ma nella realtà?

Però, ragazzi, Varenna è bella davvero. Amo talvolta andare alla ricerca delle location di film o romanzi, così a Varenna ci sono andata, però con mio marito, e non all’Hotel du Lac, perché non c’era posto.
Così, se Léonie è stata qui, magari più avanti vi racconto anche dove sono stata io.

 

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Far breton

Se è vero che mi piace assaggiare le varie ricette del mondo, è vero anche che una volta tornata tento di cucinare quelle che più mi hanno colpita.
Dalla Bretagna ho portato il ricordo di un dolce.

Era la sera del 12 luglio e, seduti ad un minuscolo tavolino del La Cale, il piccolo ristorante appena fuori da Saint Malò, di cui vi ho parlato, scorrevo la lista dei dolci.
Ho scelto un trittico, per assaggiarne il più possibile, e uno dei tre per me era veramente squisito.
Morbido, fresco, a metà fra un dolce al cucchiaio e una torta.
Una consistenza strana, più di un budino, meno di un semifreddo.

Quando la signora è tornata le ho chiesto come si chiamasse. Far Breton, mi ha risposto.

Così qualche mese dopo l’ho rifatto. E’ un flan, simile ad una crema pasticcera ma cotta in forno.

Ingredienti:

4 Uova
130 gr di Farina
150 gr di Zucchero
½ litro di Latte
250 ml di Panna
150 gr di Prugne secche
mezza bustina di Lievito
1 Stecca di vaniglia
1 bicchierino Rum
Buccia di mezzo limone non trattato grattugiata (facoltativa)
1 pizzico di sale

Mettere la stecca di vaniglia nel latte e scaldare leggermente. Aggiungere le prugne per farle ammorbidire. Io comunque uso quelle già leggermente morbide.
Setacciare e mescolare bene zucchero, la farina, il lievito e il pizzico di sale, quindi aggiungere le uova una alla volta.
Diluire con il latte raffreddato e mescolato alla panna, dopo aver tolto la stecca di vaniglia e filtrato le prugne.
Imburrare per bene uno stampo non a cerniera, distribuire le prugne sul fondo e versare il composto che risulterà molto liquido.
Cuocere in forno prima caldo a 230° per 15 minuti in modo da far fare una crosticina marrone, quindi abbassare a 180 e proseguire la cottura per altri 25 min, fino a quando inserendo uno stecchino non risulta asciutto.
Far raffreddare e poi mettere in frigorifero.
E’ buono ben freddo e si può fare anche sostituendo le prugne secche con delle albicocche sempre essiccate, oppure con entrambe.

Io ho pensato di ricavarne dei cuori con lo stampino e servirli così, spolverizzati di zucchero a velo.  Un dolce ricordo del nostro viaggio in due.

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Mangiare in Bretagna

 

Paese che vai, cibo che trovi.
Noi italiani siamo famosi per la buona cucina, ma spesso il nostro limite è volerla ritrovare tale e quale anche all’estero. Invece non si può andare in India e volere gli spaghetti al dente, o pretendere di mangiare una buona pizza in Norvegia.
Io sono uno di quei viaggiatori che amano assaggiare la cucina locale, e a volte anche portarla a casa, acquistando cibi trasportabili e conservabili.
Ancora adesso soggiornano nella mia dispensa delle bellissime scatole in latta che contenevano i sablè normanni, ovvero biscotti di pasta frolla con burro di Normandia. Così come vasetti di marmellatine varie e rillettes.
E mi piace soprattutto trovare il locale giusto in cui cenare. A mezzogiorno vanno bene anche un panino o un’insalata, ma la sera no: rigorosamente al ristorante, perché un viaggio si gusta e si ricorda con gli occhi ma anche col palato.

Sulla cucina bretone, come su quella normanna, ero un po’ prevenuta, lo confesso. Avevo letto dell’ampio uso di formaggi – che a me non piacciono – e di frutti di mare – che mi piacerebbero anche, ma ai quali sono purtroppo intollerante – così pensavo che avrei dovuto accontentarmi sempre delle stesse cose, invece mi sono ricreduta.
A parte l’infelice esperienza dalla celebre Mère Poulard al Mont Saint Michel, per il resto abbiamo mangiato benissimo e spendendo una cifra ragionevole.

A Cancale, piccolo paese sulla costa poco a nord di Saint Malò abbiamo cenato da A Contre Courant. Cliccando qui il loro sito e i loro menù
Situato proprio sul lungomare di questa cittadina, offre cucina bretone con piccole divagazioni sui piatti delle Antille. D’altra parte era su queste coste che arrivavano le navi al ritorno dai mari tropicali, con pesci, vegetali, marinai e conseguenti ricette.

Mangiare a Saint Malò potrebbe sembrare difficile, anche perché la città si porta dietro la triste fama di centro più caro di tutta la Bretagna. Invece basta uscire dalle mura, e, per esempio, nel quartiere di Saint Servan, nella piccola baia di Solidor troverete il La Cale, il grazioso ristorantino tutto in legno chiaro e in perfetto stile marinaro che vedete qui sopra. E’ sempre pienissimo, quindi conviene prenotare – tel 02 99 81 99 34 – ma si cena fino a tardi, e si può anche assistere da dietro la vetrata allo spettacolo della marea e del tramonto.

Se invece vi spingerete per una escursione a sud di Saint Malò, vi segnalo nel minuscolo paesino di St Jacut de la Mer uno dei pochi locali presenti: il Saint Awawa.
Intorno sono solo tipici cottage in sasso, mare e scogliere. Magari si vorrebbe mangiare in uno di loro, invece si entra in questo locale decisamente alternativo, con arredamento che richiama l’Africa più profonda. E’ luogo di ritrovo per i giovani del posto: semplice bar per un aperitivo in veranda o seduti sui bassi divanetti, o eccellente ristorante di pesce e di carne. Aria vagamente esotica, ma cibo tipicamente bretone.
Inoltre sarete serviti da una briosa cameriera con treccine alla squaw.

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Il Mont Saint Michel, miracolo fra Normandia e Bretagna

 

Il mistero che emana, il grido dei gabbiani al calar del sole, le sabbie mobili che nei secoli inghiottirono i pellegrini, così da meritarsi il nome di St-Michel-au-Pèril-de-la Mer, ovvero: il pericolo del mare.

Parlare di questo incredibile monte che sembra sorgere dal mare richiederebbe giorni, tanto lunga è la sua storia e insolita la natura che lo circonda.
L’isola e la baia sono indissociabili ed entrambe inserite dall’Unesco nella lista del Patrimonio mondiale.

Siamo di nuovo in Normandia, infatti il Mont è proprio al confine con la Bretagna. Lo avvistiamo molti chilometri prima di arrivare, e qualche chilometro prima dobbiamo anche parcheggiare la macchina.
Oggi non è più possibile arrivare fin quasi sotto la sua porta di accesso con l’auto, come accadeva negli scorsi decenni, perché a causa della grande quantità di sedimenti sabbiosi depositati ogni anno dal mare e dai fiumi, anche in seguito alle opere architettoniche costruite dall’uomo a partire dal XIX° secolo, il Mont ha subito un progressivo processo di insabbiamento.
Dopo molti anni di progetti, finalmente dal 2006 sono iniziati i lavori di disinsabbiamento – se sapete il francese, potrete trovare informazioni costantemente aggiornate cliccando qui – i parcheggi sono stati spostati sulla costa e un servizio di bus navetta collega al Monte.
Noi ci siamo andati a piedi, come anche molte altre persone, quasi in una sorta di silenzioso pellegrinaggio, sferzati dal vento, lasciandoci alle spalle le brutte e anonime costruzioni che inevitabilmente ormai si associano a ogni luogo di grande afflusso turistico, coi loro alberghi, campeggi, bar, ristoranti e negozi di souvenir.

Ma in fondo questo è anche ciò che avveniva secoli fa dentro le mura del Mont Saint Michel. Infatti, oltre la Porte de L’Avancée, l’unica che immette al primo cortile fortificato, con le michelettes, ovvero le bombarde confiscate agli inglesi durante la guerra dei Cent’anni, oltre una seconda porta e un secondo cortile, si attraversa anche la Porte du Roi e si arriva alla Grand Rue, dove si aprono e si aprivano le tante botteghe che vendono e vendevano souvenir ai pellegrini.

Oggetti di poco valore e di dubbio gusto, pressoché simili in tutto il mondo, che vanno dai grembiuli da cucina con stampato il nome del luogo, alle finte armature, alle statuette dell’Arcangelo Michele, colui che la leggenda narra essere stato il committente del santuario, quando all’inizio dell’VIII° secolo apparve tre volte in sogno a Oberto, vescovo di Avranches.

E poi furono pellegrinaggi, monaci mauristi che restaurarono il monastero realizzando un’opera architettonicamente deludente, degrado durante la rivoluzione francese quando il monastero fu trasformato in prigione, nuovo restauro – il tutto ben spiegato da una serie di plastici all’interno – fino allo spettacolo architettonico odierno.
Preparatevi alla sfaticata delle tante scalinate, ma sarete ripagati dalla bellezza della costruzione oltre che dallo spettacolo della vista sulla baia.

Bella di giorno, ma indubbiamente priva di quel silenzio che richiederebbe a causa del grande afflusso di gente, è forse più suggestiva la sera, illuminata e impreziosita dai concerti che si tengono in luglio e agosto.
Passeggiate lungo la baia con guide naturalistiche vengono organizzate dalla Maison de la baie de Gènets e potrete prenotarle a questo numero 02 33 89 64 00

Munitevi di scarponi, abiti caldi, cibo e acqua.

Al’interno delle mura è possibile pernottare, ma i prezzi sono elevati, anche se l’atmosfera indubbiamente suggestiva, così come è possibile pranzare e cenare.
Però… però qui devo dirvi di non farvi abbindolare come è successo a noi, che abbiamo voluto sederci alla tavola della famosa Mère Poulard.
Costei era la cameriera dell’architetto responsabile dei lavori di restauro, iniziati dopo la rivoluzione francese, all’inizio del XIX° secolo, anche grazie all’appello di Victor Hugo. Poi l’intraprendente ragazza sposò il figlio del panettiere, rimase sull’isola e aprì il primo ristorante del Mont, per sfamare i pellegrini con le sue omelette.

Bene, quelle omelette le fanno ancora, con tutto un bello spettacolo di cuochi in costume dell’epoca, col camino, la frusta che sbatte le uova a ritmo costante, ma se vi sedete lì praticamente ci sono solo dei menù a prezzo fisso, si mangia poco e male e si spende un occhio della testa.
Le foto dei tanti personaggi illustri, nonché re e regine che sono passati e hanno mangiato in questo ristorante non ripagano del salasso. Il mio consiglio è: non fermatevi.

Al più godetevi lo spettacolo da fuori. Oppure qui.

 

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Sale e scende la marea…

 

Roby, te g’ha sugà il canal?” dico a mio marito imitando un accento veneto.
Un po’ scherzo, ma un po’ sono anche stupita davanti all’immagine che mi si presenta davanti agli occhi. Questa che vedete anche voi.
Sembra proprio che qualcuno abbia prosciugato questo tratto che pare la foce di un piccolo torrente e invece è un’insenatura del mare che penetra verso la terra con l’alta marea e che rimane in secca quando la marea si ritira.

Sono da poco passate le 9 di mattina, e noi stiamo andando da Saint Malò al Mont Saint Michel, una delle mete più gettonate di tutta la Francia.
Accanto alle barche adagiate come balene spiaggiate, uno stabilimento per la lavorazione dei mitili, qui infatti oltre alla pesca è fiorente la raccolta dei molluschi e dei piccoli crostacei che le acque che si ritirano lasciano sulla sabbia, e in alcune zone si ha anche l’allevamento di un particolare tipo di agnello, detto pré salé, dalla carne già in qualche modo sapida a causa dell’erba brucata che cresce nelle aree bagnate dal mare.

moutons pré salé tratti da internet

Se sulle spiagge della Normandia avevamo avuto un assaggio di quelle che sono le maree, è solo adesso che ci rendiamo veramente conto di quanto possa avanzare e ritirarsi il mare su queste coste.
Un po’ tutta la Bretagna vive il fenomeno, che in parte determina la sua economia, in parte regola la vita marinara e molto fa anche sulla sua attrazione turistica.

Per me bassa e alta marea stavano solo ad indicare una piccola escursione dell’acqua del mare, ed ero abituata a vederla fin da bambina, quando durante le passeggiate mattutine sulla spiaggia a cui mi sottoponeva mia madre, per respirare lo iodio, raccoglievo le conchiglie che lasciava sulla battigia il mare che durante la notte si era ritirato. La sera l’avrei visto di nuovo salire di qualche metro e così via per i quindici giorni di vacanza.
Insomma, un fenomeno che pensavo si ripetesse sempre uguale per tutto l’anno.

Macchè! Qui in Bretagna la marea è una cosa seria, e a volte anche pericolosa.
Ci sono luoghi dove può salire anche di 16 metri, e non lo fa sempre nello stesso modo.

Vari fattori influenzano questo movimento. Non li conoscevo, ma incuriosita mi sono documentata.

1 Il più importante è l’attrazione magnetica che la luna esercita sulla terra, sollevando la massa liquida. La marea è massima quando la luna è allineata sullo stesso meridiano del luogo, minima quando è sul meridiano a 90°.

2 Poi abbiamo l’attrazione che esercita il Sole sulla Terra, ma che, pur avendo il Sole una massa maggiore della Luna, è inferiore, essendo il Sole più lontano.
A seconda della posizione, il sole può rafforzare o contrastare l’attrazione della una, per cui quando i due sono in congiunzione (luna piena), o in opposizione (luna nuova) si hanno le massime maree, mentre le minime quando sono in quadratura (primo e ultimo quarto).

3 La profondità dei fondali, la forma delle baie, la forza del vento, la pressione atmosferica, sono altri fattori che, seppur in misura minore, agiscono sulle maree.

4 Le maree più ampie inoltre coincidono con gli equinozi.

Esistono delle tavole che giorno per giorno riportano esattamente i coefficienti delle maree

• 120  marea eccezionalmente alta
•   95  alta marea normale
•   70  marea media
•   45  bassa marea
•   20 bassa marea minima

Inoltre vengono riportati gli orari di innalzamento e abbassamento, così che marinai di traghetti e pescatori possano regolare le loro entrate e uscite dai porti.
Per esempio quando ci sono andata io c’era coefficiente 40, quindi tutto sommato poco movimento, ma attorno alla metà di settembre il coefficiente è salito a 106.

Il mio consiglio a chi volesse recarsi a visitare la zona, è di informarsi prima sul periodo migliore per poter osservare il fenomeno.

Dove? per esempio presso l’ufficio del turismo delle varie località. Per esempio qui

maree del mont Saint Michel

Non è vero come narra la leggenda che la marea salirebbe alla velocità di un cavallo al galoppo, ma certamente anche i reali 3 chilomentri e mezzo all’ora, ovvero più o meno il passo d’uomo, sono comunque un bel fenomeno da osservare.
Ed è proprio questo va e vieni del mare ad attrarre una gran moltitudine di turisti al Mont Saint Michel del quale vi parlerò prossimamente.

Intanto vi lascio un’anteprima, un video accelerato che rende però l’idea del movimento del mare.

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Bretagna: terra di celti e di pirati

 

Onde, vento, pioggia, grotte segrete e insenature. 1100 km di costa, fra promontori e penisole rocciose, e ancora nebbia e porticcioli, e case di sasso solide e massicce come i suoi abitanti.
Siamo in Bretagna, dove la natura è lo specchio dei bretoni o viceversa.
Gente chiusa, diversa dal resto dei francesi. Un popolo che alla propria diversità, tradizioni e lingua tiene moltissimo, tanto che da qualche anno nelle scuole si è tornati ad insegnare il bretone, che non ha nulla del francese, e piuttosto assomiglia al gaelico e al dialetto della Cornovaglia.

Infatti i Celti arrivarono qui dalla Gran Bretagna nel VI° secolo A.C., adoravano la natura e la loro religione era permeata dalla presenza di streghe e creature mistiche, e fino al XVI° secolo questa terra si mantenne indipendente. Fu solo con la morte della Duchessa Anna, nel 1532, che il Re Francesco I riuscì a soggiogare la figlia e impossessarsi del territorio, sopprimendo lingua e tradizioni.

Ma oggi questo popolo vuole riprendersi la sua identità – anche se rivendicare l’indipendenza è reato – e il bretone è parlato da circa 250.000 persone. Inoltre si tengono concerti di musica, festival di danze popolari, teatro e poesia.

Il più importante quello di Lorient – sul quale potrete trovare notizie cliccando qui – che oltre ai turisti attrae partecipanti da Galizia, Asturie, Irlanda, Galles, Cornovaglia, Scozia, tutti paesi che si riconoscono in questa comune origine.
La religione è un misto di cristiano e pagano, e nelle ricorrenze religiose si tengono processioni durante le quali gli uomini indossano costumi riccamente ricamati e le donne anche copricapi inamidati e spesso con fori per permettere il passaggio del vento. Ogni villaggio ha poi il suo abito e il suo copricapo particolare.

costumi bretoni tratti da internet

Patrono della Bretagna un prete avvocato, St Yves, che aiutava i clienti poveri e si festeggia il 19 maggio a Tréguiér. Invece ogni sei anni si svolge la Grand Troménie, una processione che si inerpica su una collina fino ad un eremo sito di meditazione. Si svolge a Locornan la seconda domenica di luglio e la prossima è prevista per il 2013

Qui tutto è permeato da una forza incredibile.
Il mare è da trattare con rispetto perché quando si infuria fa davvero paura. Siamo ormai di fronte all’oceano aperto, oltre il quale c’è solo l’America. “C’è qualcosa di selvaggio e primitivo. Quando i miei zoccoli di legno colpiscono questo granito, sento risuonare la sorda smorzata potente nota che cerco di infondere ai miei dipinti”, sono le parole di Gaugain che tanto amava questa regione.
E alle spalle della Côte d’Emeraud e di quella de Granit Rose c’è l’Argot, nome celtico che significa “terra delle foreste”, quelle folte e misteriose che furono il covo di Re Artù.
Il passato appare ancora nelle cattedrali gotiche, e nei castelli medioevali, e soprattutto nei tanti monumenti megalitici come quelli di Carnac.

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Sain Malò dall’alto, tratta da internet

 

E c’è un popolo che si sente ancora più indipendente, quello che abita la città di Saint Malò, detta anche la città dei pirati.
Covo di una potente flotta di corsari, fu anche patria di marinai più ligi alle leggi, e quindi da qui nei secoli sono partite navi mercantili verso le Americhe, ma ancora prima esploratori come Jacques Cartier, che navigando attorno a Terranova per cercare una via per la Cina finì con lo scoprire il Canada,
Né francese né bretone, sono di Saint Malò” era ed è il motto dei suoi abitanti. La posizione ben protetta permise infatti a questa città di rimanere sempre fuori dalle lotte fra Francia e Bretagna, e i malouini rivolsero sempre le loro attenzioni piuttosto verso il mare.
Le isole Falkland, per esempio, sono dette Islas Malvinas, proprio perché i navigatori di Saint Malò arrivarono fin qui.

Oggi la città si estende nell’entroterra, sono sorti palazzi e quartieri residenziali, un bellissimo e largo viale ricco di alberi e aiuole fiorite la percorre da un capo all’altro, permettendo comode uscite nei vari rioni, ma oltre tutto questo c’è il suo cuore, quello che attrae i turisti, la città vecchia, completamente circondata da mura di granito grigio.

Entriamo in città dal suo ingresso principale, la Porta di St Vincent. Abbiamo lasciato la macchina in un bel parcheggio sotterraneo, e ora saliamo sui bastioni del XII° secolo e li percorriamo in tutta la loro lunghezza, ammirando il mare e scorci cittadini.
Sul bastione di St Louis incrociamo lo sguardo della statua del corsaro Duguay Trouin, e altri pirati ci sorridono dalle tante taverne che si affacciano sulle vie cittadine.

Sfioriamo la cattedrale di St Louis, gettiamo uno sguardo ai bei palazzi e alle vetrine, davvero non sembrerebbe che qui tutto o quasi sia stato rifatto dopo la II° guerra mondiale, perché le bombe distrussero ogni cosa.
Già, ben protetta dal mare, anche grazie al forte costruito dall’architetto militare Vauban, ma che nulla poté contro la furia del cielo.

Però non tutti erano uomini di mare e di guerra, qualcuno era anche uomo di lettere, come René de Chateaubriand, considerato il padre del Romanticismo francese, al quale è dedicata la piazza antistante la porta di St Louis, dove sorge anche il castello, e qui si conclude il nostro giro.
Con la bassa marea si potrebbe camminare fino alla vicina isola di Grand Bé, dove è sepolto.

 

La marea, già. La grande marea della Bretagna. Ve ne parlo la prossima volta… intanto vi lascio con questo gabbiano, incontrato sui bastioni. Bello no? Se ne andava maestoso come una sentinella di ronda… libero cittadino del mondo.

 

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Meglio prenotare o non prenotare l’albergo?

Accidenti a te e alla tua mania di prenotare sempre tutto!” dico a mio marito mentre l’auto sfreccia via veloce sull’autoroute che, attraversando la Bassa Normandia, ci porta dalla Alta Normandia alla Bretagna.
Ma dai, come si fa a partire senza avere una base sicura in cui dormire? E poi lo sai che io voglio le mie comodità, una bella camera, e soprattutto niente ansia da <<Ha mica per caso una matrimoniale libera?>>” risponde lui senza distogliere lo sguardo dalla strada.

Sono le da poco passate le quattro del pomeriggio e ci siamo ormai lasciati alle spalle la Côte Fleurie, coi suoi porticcioli

le barche a vela che dondolano dolcemente, i negozietti di ispirazione marinara.

 

Abbiamo attraversato la piana di Caen riuscendo a malapena ad intravedere la sagoma del castello di Guglielmo il Conquistatore e saltando a piè pari il Mémorial, ovvero il Museo per la pace che questa città ha dedicato al periodo che va dal 1918 alla Guerra Fredda. L’edificio è stato eretto sul luogo in cui sorgeva il bunker del generale tedesco Richter che il 6 giugno fronteggiò le truppe anglo-canadesi. Grazie a una proiezione su uno schermo panoramico è possibile rivivere la battaglia sia dalla parte tedesca che da quella degli alleati.

 

Accidenti a noi che avevamo già prenotato l’albergo a Saint Malò e abbiamo dovuto andare. Bisognerebbe avere il coraggio di partire liberi, fermandosi dove si arriva. Ma anche su questo punto mio marito ed io siamo poco concordi: più avventurosa io, più pianificatore lui.

Abbiamo perso anche Lisieux, città natale di Santa Teresa

Abbiamo saltato pure Bayeux, col suo celebre arazzo detto della regina Matilde, un ricamo eseguito con lane colorate su una tela di lino lunga 70 metri che narra le vicende di Guglielmo il Conquistatore.
Che dite? Lo guardiamo insieme adesso?

E abbiamo viaggiato veloci attraverso la Bassa Normandia, fra campi coltivati e qualche pala eolica dei moderni mulini a vento, che a mio parere non deturpano per nulla il paesaggio, ma anzi ne accentuano gli ampi spazi.


Abbiamo sfiorato la Svizzera Normanna e lasciato alla nostra destra la penisola del Cotentin, coi suoi paesaggi selvaggi e le coste spazzate dal vento dell’oceano.

A Saint Malò siamo arrivati la sera, già sul tardi, come al solito, ripetendo come in un film già visto la già citata scena della ricerca dell’albergo, anche questa volta infognato in un posto sperduto che più sperduto non si può. Nientemeno che una dimora del 700, appartenuta a un armatore della compagnia delle Indie, in aperta campagna, raggiungibile attraverso strade strette e sterrate. Per fortuna qui non eravamo a Parigi e un gentile francese ci più o meno indicato la direzione da prendere. I vecchi cartelli alla fine ci hanno salvati da una notte in macchina, e tirando un sospiro di sollievo abbiamo salito la vecchia scala in legno che portava alle poche camere.

La signora alla reception ci ha prenotato gentilmente anche un bel ristorantino, non dentro le mura della città, ma nel piccolo golfo di Solidor, dove abbiamo cenato bene, ma ecco, a me rimane sempre questo dubbio: è meglio prenotare o non prenotare?
Avremmo visto di più e con più calma? O semplicemente avremmo visto altro?

E voi che tipo di turisti siete? Un po’ per caso come me o programmati come mio marito?

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Madame Deauville: una vecchia signora affacciata sulla Manica

Una vecchia signora con unghie laccate e capelli tinti, ma che non riesce a nascondere le rughe sotto gli strati di cipria.
Così mi immaginavo Deauville prima di vederla, quando a parlarmene era Veronique, la mia estetista parigina doc che qui veniva verso la fine degli anni 70 ospite di cugine ricche e ricorda le signore che andavano in spiaggia ingioiellate, i maggiordomi che portavano la colazione al sacco fin sotto l’ombrellone e le feste sulla terrazza dell’hotel Normandy, con l’orchestra, gli uomini in frac e le donne cariche di lustrini, e così continua ad apparirmi adesso che ne percorro le vie.

Una vecchia signora nata tutto sommato non tantissimo tempo fa, a metà del XIX° secolo in una zona paludosa. Fu proprio un medico, il dottor Olliffe, a farla venire alla luce, pensando di costruire una stazione balneare qui. E questa signora, in giovane età, visse i più grandi sfarzi della Belle Epoque.
Ricchi parigini e miliardari d’oltreoceano fecero costruire le loro ville, la nobiltà europea veniva per assistere alle celebri corse dei cavalli, al suo Casinò si giocavano cifre vertiginose, all’Hotel Normandy si tenevano i ricevimenti più sfarzosi.
Poi, come spesso succede, il vento cambiò, arrivarono le autostrade, gli aerei, le nuove spiagge più soleggiate sulla costa azzurra, per donne che non andavano più in spiaggia con l’ombrellino per proteggere la pelle dall’abbronzatura, ma volevano diventare nere col bikini come Brigitte Bardot, e più avanti ancora si sarebbero tolte anche una parte o tutto il costume sulle spiagge caraibiche e africane, e così lei venne messa da parte, come spesso fanno gli uomini con la moglie quando ne trovano un’altra più giovane e divertente.

E lei è rimasta lì, un po’ malinconica, affacciata sul suo oceano spesso grigio e senza sole, a consolarsi con qualche vetrina di stilista famoso, rigorosamente francese

 

col suo festival del cinema che però per notorietà è stato soppiantato da quello di Cannes, con le foto dei vecchi divi, i caffè, i ristoranti, e le sue antiche ville, sempre affascinanti ma dall’aria ormai abbandonata. I vecchi proprietari non le frequentano più, e nessuno nuovo le vuole comperare.

Forse come le belle donne che contano solo sulla loro bellezza ha bruciato troppo in fretta il suo splendore, non ha saputo rinnovarsi, seguire i tempi, rendersi interessante agli occhi di chi è venuto dopo.
O forse semplicemente è così che va la vita e prima o poi tutti conoscono il loro viale del tramonto.
Il suo è fatto di planches, le tavole in legno marrone-violaceo che costeggiano tutta la spiaggia, fra le cabine e la sabbia punteggiata di ombrelloni rossi e blu.

Se potesse camminare lo farebbe lentamente, guarderebbe i gabbiani spiccare il volo come i suoi ospiti illustri che l’hanno abbandonata, si siederebbe a un tavolino di bar per un tè e due pasticcini, poi tornerebbe a casa, e mollemente adagiata in poltrona chiuderebbe gli occhi, ascolterebbe una musica come questa e poi si addormenterebbe, malinconica …

 

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